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LA FORMAZIONE DELLA CULTURA MILITARE SOVIETICA – PARTE SECONDA

Una dottrina inapplicata: la Guerra russo-finlandese


nicola zotti


Come abbiamo visto, Lenin concentra la sua attenzione su un aspetto del pensiero clausewitziano, secondo il quale la guerra non "interrompe" affatto la politica sostituendosi ad essa, ma anzi ne amplia il campo d'azione e le potenzialità ai mezzi violenti, che in precedenza aveva tenuto in quiescienza. In questo senso è possibile dire che Lenin non abbia aperto nuovi scenari interpretativi, ma abbia scelto quelli più congeniali alla propria concezione della lotta rivoluzionaria in generale. Altrettanto vero, però, che in questo modo abbia anche sdoganato, o se si preferisce, "spiegato di più" come un'entità politica doveva interpretare il proprio ruolo in un conflitto.

Gli stessi strumenti "non-violenti" a disposizione della politica possono essere utilizzati con maggiore intensità e determinazione.
Essi non appartengono a una funzione di supporto alla guerra (all'impiego attivo di una forza armata contro un avversario), ma sono un elemento di uno spazio strategico unitario, convergente e sinergico finalizzato al conseguimento degli scopi politici.

Tre gli ambiti di questo meccanismo: il fronte interno, il nemico e gli interlocutori internazionali, nelle varie relazioni che questi hanno con il conflitto.

L'importanza del fronte interno ha una rilevanza non minore in uno stato totalitario rispetto ad uno democratico, ma naturalmente il controllo esercitato dall'apparato totalitario, ad esempio sui mezzi di informazione, fornisce ad una dittatura efficacia diretta e incontrastata sulla narrazione del conflitto e sulla sua metabolizzazione all'interno della società. Ciò non toglie che il consenso interno non possa essere solo ed esclusivamente estorto: deve essere guadagnato per essere solido, perché i sacrifici richiesi da una guerra sono troppo alti.

Definire "propaganda interna" questa attività è limitativo e fuorviante. Si tratta, infatti, innanzitutto di un consolidamento, in un momento altamente drammatico per la comunità nazionale, del valore della leadership e della sua identificazione con l'interesse nazionale. Non è un problema di culto della personalità, ma di affermazione del principio che le decisioni del capo, per quanto crude ed estreme possano apparire, sono indiscutibilmente coincidenti e coerenti con gli obiettivi politici comuni a tutta la nazione e con il conseguimento di una pace più giusta.

Non è in discussione l'infallibilità del capo, il suo essere all'altezza della situazione, ma la sua incarnazione della volontà nazionale e degli obiettivi politici che conferiranno benessere alla nazione: il capo (e la leaderhip estesa che lo vede al vertice assoluto) vuole quello che vuole il suo popolo, il popolo vuole quello che vuole il suo capo; il capo è forte perché la nazione è forte, la nazione è forte perché il capo è forte.

In secondo luogo il consenso della popolazione investe in uguale misura i motivi del conflitto, la sua conduzione, e il suo esito: primariamente al popolo von Clausewitz infatti ascrive la componente della guerra fatta di «violenza promordiale, odio e inimicizia, che sono da considerare come cieche forze della natura», energie che vanno coltivate con qualsiasi mezzo, non ultimo, ovviamente, la già citata propaganda interna.

Il nemico sarà oggetto di altre specifiche attenzioni politiche di guerra, con due obiettivi primari: la sua demoralizzazione e la sua divisione. L'una e l'altra lo indeboliscono al punto da annullarne la capacità di difesa. Rafforzamento o creazione ex-novo di un'opposizione interna, di qualsiasi opposizione interna, coerente o meno con i propri obiettivi non cambia molto, per forzare le divisioni e i conflitti. Propaganda tesa a distruggere la volontà di combattere associata a diffamazione, confusione delle notizie, delegittimazione dei motivi stessi della guerra difensiva, puntano alla demolire il tessuto morale della società aggredita.

Per quanto riguarda l'ambito internazionale, lo scopo della politica sarà, intuibilmente, l'isolamento del nemico, sia per quanto riguarda i rapporti politico-diplomatici, e sia per alienare le simpatie alla sua causa da parte dell'opinione pubblica globale. Costruire verità alternative per inquinare lo spazio informativo e dirottare e disperdere il dibattito saranno i mezzi utilizzati. Ogni verità ne avrà una contraria che le si oppone, e in questo caos informativo chi vuole credere all'una rifiuta l'altra, mentre la maggioranza non saprà a chi credere.

La guerra Russo-finlandese dell'inverno 1939-40, spesso dimenticata, porta alcuni interessanti esempi dei tre campi d'azione strategica di questa "politica di guerra". Il fatto che si sia trattato di un terribile insuccesso per l'Armata Rossa, con quasi 400.000 tra morti e feriti (praticamente un terzo delle truppe coinvolte) fu dovuto anche al fallimento di queste componenti belliche, che furono pesantemente sottovalutate. La fiducia nella sproporzione di forze militari tra gli eserciti delle due nazioni non lasciava dubbi alla leaderhip sovietica sull'esito del conflitto, e la scarsa considerazione dell'avversario e dell'attacco "politico" che avrebbe dovuto essere portato contro di esso per sconfiggerlo furono esiziali. Questi elementi furono trascurati e le conseguenze furono pesanti: l'incrollabile resistenza morale del popolo finlandese protrasse nell'inverno i combattimenti a temperature alle quali l'Armata Rossa era assolutamente impreparata.

L'Unione Sovietica aveva avanzato alcune richieste territoriali alla Finlandia per rendere più sicuro il proprio confine settentrionale. La terribile Guerra civile finlandese si era risolta con la vittoria dei "bianchi" contro i "rossi" e con la conquista dell'indipendenza finlandese dalla Russia, lasciando però Leningrado a soli 30 chilometri dal confine finlandese. Di fronte al diniego finlandese ai desiderata sovietici, la guerra divenne inevitabile, e la spartizione della Polonia tra Germania nazista e Unione Sovietica, dopo l'invasione tedesca e il patto Ribbentrop-Molotov, aveva fatto precipitare i tempi del conflitto, che Stalin comunque già preparava dal 1936.

I patti di non aggressione sottoscritti tra le due nazioni – ben tre tra trattati bilaterali e adesione alle Nazioni Unite – vennero violati dall'Unione Sovietica con l'espediente del "cannoneggiamento di Mainila" del 26 novembre 1939, orchestrato dall'NKVD contro la postazione militare dell'Armata Rossa presso il villaggio di confine di Mainila, pretesto di un'invasione che avrebbe dovuto concludersi trionfalmente in poche settimane, e comunque prima dell'inverno, con tanto di fanfare di accompagnamento in testa alle colonne di carri armati.

L'opinione pubblica russa era stata adeguatamente preparata al conflitto rappresentando la Finlandia come un paese nel quale la vittoria dei bianchi aveva causato l'impoverimento della classe lavoratrice, che veniva descritta ridotta alla fame e implorante l'intervento salvifico dell'Armata Rossa. In realtà, nonostante l'inusitata violenza della guerra civile, il paese aveva intrapreso con successo la via della riconciliazione nazionale, accompagnato da politiche di redistribuzione del reddito sul tipo di quelle applicate nella Svezia socialdemocratica. Il patto Ribbentrop-Molotov, d'altro canto, aveva contribuito ad alienare le simpatie filo-sovietiche da parte della sinistra del paese, e lo scoppio della Guerra russo-finlandese provocò oltretutto un sollevamento in favore della Finlandia dell'opinione pubblica mondiale e soprattutto in Scandinavia. La Svezia, anche se mantenne la propria estraneità al conflitto e una posizione di neutralità, permise che partissero per la Finlandia oltre 8.000 volontari.

Nel paese crebbe l'antibolscevismo e la convinzione che dopo la Finlandia sarebbe toccato alla Svezia: migliaia di svedesi durante la guerra anche per questo motivo si arruolarono nelle SS del reggimento Wiking e della divisione Nordland.

L'unità nazionale finlandese non venne minimamente scalfita, anzi divenne così forte ed unanime, che ancora oggi lo "spirito della guerra d'inverno" ('Talvisodan henki' in finlandese) viene evocato nei momenti più delicati della vita pubblica del Paese nordico. Un mito duraturo fatto di ricordi diffusi e di prove di sacrificio, non solo tra i soldati, ma anche tra i civili. Una fascia di territorio lungo i 1300 chilometri del confine venne completamente trasformata in terra bruciata, per impedire che i sovietici potessero trovare rifugio e sostegno nel gelido inverno nordico. Un anziano abitante di quella sfortunata fascia di terra, prima di venire evacuato verso l'interno, volle tornare alla sua abitazione distrutta, dove ancora stazionavano i soldati che l'avevano bruciata: accolto dagli sguardi abbattuti dei soldati li rincuorò dicendo: "Non vi preoccupate è successo anche a mio nonno e a mio padre, e come vedete io sono nato lo stesso. Volevo solo controllare che aveste fatto un buon lavoro".

La propaganda sovietica in patria aveva descritto la linea Mannerheim come una vera e propria Linea Maginot, indizio indiscutibile (prima della guerra) della cattiva coscienza dei finlandesi, e (durante la guerra) delle terribili battute d'arresto dell'Armata Rossa. In realtà lungo i 132 chilometri della linea c'erano solo 101 modesti bunker, 157 postazioni di mitragliatrici e 8 di artiglieria, il resto erano trincee, rifugi e ostacoli anticarro. E mentre l'aviazione sovietica bombardava la Finlandia con bombe incendiarie, il commissario per gli affari esteri del popolo sovietico Vyacheslav Mikhailovich Molotov lo negava recisamente sostenendo che in realtà gli aerei stavano solo lanciando pane per il popolo finlandese affamato. In questo modo, com'è noto, legò il suo nome per sempre alle "bottiglie Molotov", le armi anticarro principali dei finlandesi, così battezzate come risposta "da bere" ai pasti esplosivi offerti dal ministro russo.

Per altro, gli aerei sovietici avevano anche bombardato le linee finlandesi con volantini incitanti alla diserzione, alla resa e ad accogliere le truppe sovietiche come liberatori ma la loro efficacia fu nulla.

Se la Finlandia riuscì a resistere così tanto tempo contro forze schiaccianti, fu anche perché le sue erano le uniche Forze Armate all'epoca i cui uomini, dal primo all'ultimo, erano preparati a combattere in clima artico e sub-artico, tra neve alta come minimo 70 centimetri e capace di accumularsi fino a 3 metri. Truppe preparate fisicamente e mentalmente, sostenute da un morale ai limiti del fanatismo, specificamente addestrate ed equipaggiate, guidate da ufficiali perfettamente consapevoli delle opportunità offerte dal gelo alla condotta di una guerra aggressiva. Le truppe speciali della tradizione finlandese, i Sissi ("esploratore, guerrigliero, spia") divennero famosi in tutto il Mondo, e hanno un posto di assoluto rilievo tra le migliori unità di tutta la Seconda Guerra Mondiale.

Alle migliaia di carri armati e autocarri impiegati dai sovietici, i finlandesi risposero con i propri sciatori, montando ogni arma su slitta e utilizzando per i traini persino le renne. Il risultato fu che mentre l'Armata Rossa era vincolata alle rare e malandate strade disponibili, dalle quali una pattuglia poteva allontanarsi al massimo qualche centinaia di metri, e le sentinelle venivano sgozzate inevitabilmente ogni notte: questa la fine di un'intera pattuglia, narra una leggenda, ritrovata come in un museo delle cere congelata in piedi, con ogni uomo con la gola tagliata da un nemico invisibile. Paralizzata l'Armata Rossa, mentre l'Esercito finlandese era libero di muoversi indisturbato in tutto il resto del territorio.

Emblematico l'esempio della battaglia di Suomussalmi, iniziata il 7 dicembre 1939 e finita l'8 gennaio 1940. Due intere divisioni sovietiche rinforzate da una brigata corazzata, per un totale di circa 55.000 uomini, furono prima tenute in scacco e poi praticamente distrutte da poco più di 10.000 finlandesi. Il motivo di questo straordinario successo, ancora oggi studiato dalle Accademie militari, ha un nome: "Motti", una parola che in finlandese indica una misura di legna da ardere, e che nella fattispecie definiva una tattica con la quale si frazionavano le truppe nemiche in segmenti più piccoli, isolandoli dal resto, per sconfiggerle un poco alla volta.

In sintesi la tattica "Motti" consisteva in una successione precisa di 3 fasi: 1) ricognizione e arresto, 2) attacco e frammentazione, 3) isolamento e distruzione.

Nella battaglia di Suomussalmi la tattica "Motti" fu impiegata al suo meglio fin dalle prime fasi. L'obiettivo dell'imponente forza sovietica era dividere in due la Finlandia tagliandola nel suo punto più stretto: un colpo che se andato a buon fine sarebbe stato mortale. Per i finlandesi, però, non poteva essere una sorpresa né dal punto di vista strategico, né da quello operazionale, e nemmeno da quello tattico.

La 44ª divisione motorizzata sovietica, ad esempio, fu fermata da un posto di blocco tenuto da un paio di compagnie finlandesi, contro il quale quella potente unità d'élite non poté dispiegare che un'infima frazione del suo enorme potere di fuoco, semplicemente perché legata all'unica strada percorribile. La colonna sovietica si estendeva come un ingorgo stradale di ben 60 chilometri e i finlandesi presero immediatamente l'iniziativa con attacchi di sorpresa, facilitati dalle 19 ore di buio giornaliero di quel periodo dell'anno e dalla mobilità consentita da sci e slitte.

Ogni squadra era composta da uomini che non avrebbero sfigurato alle gare olimpiche di Biathlon, ed effettuava più attacchi "mordi e fuggi" in successione secondo un piano preordinato. I sovietici in questo modo non erano in grado di valutare quante truppe stessero effettivamente fronteggiando, ma erano portati a sovrastimarle largamente. Per aumentare la profondità strategica dei loro attacchi, i finlandesi aprirono delle strade nella neve, fuori dalla vista e dalla portata dei loro avversari, riuscendo così a minacciarli lungo l'intero sviluppo della loro colonna.

Attacchi sempre più frequenti riuscirono ad isolare sezioni del contingente nemico in spazi ristretti: si venivano così a formare dei varchi tra una sacca e l'altra, che i finlandesi utilizzavano per muoversi agilmente tra le linee nemiche, diventando ancora più imprevedibili. Non rimaneva che distruggere le forze sovietiche così circondate e divise: e metodicamente i finlandesi iniziarono la loro opera di annientamento, cominciando con i contingenti più deboli e lasciando che il freddo e la fame facessero la loro autonoma letale opera sugli altri.

Alla fine della battaglia di Suomussalmi tra i sovietici si calcolarono quasi 30.000 morti e 2.000 prigionieri, e furono catturati 43 carri armati (più di quanti disponesse la Finlandia in totale prima della guerra), 71 cannoni da campo e 29 anticarro, 250 autocarri, e 1.170 cavalli.

La guerra finì per l'impossibilità materiale dei finlandesi di reggere fisicamente lo scontro e per la scarsità di concreto aiuto internazionale allo sforzo bellico finlandese. La Svezia per conservare la neutralità non poteva far passare per il proprio territorio truppe straniere e si trovò nella condizione di minacciare di un'alleanza con l'Unione Sovietica se Francia e Gran Bretagna avessero compiuto atti ostili. Ma d'altra parte ogni aiuto sarebbe stato tardivo e ininfluente per l'esito finale e dopo 105 giorni di guerra la Finlandia si arrese. L'11 febbraio 1940 le difese della linea Mannerheim a Summa erano state bombardate da 300.000 proiettili di artiglieria, il più pesante bombardamento dai tempi di Verdun, premessa di uno sfondamento corazzato e dell'inevitabile resa.

Messa con le spalle al muro, con più nemici che proiettili da sparare, la Finlandia si arrese, e le richieste sovietiche, soddisfatte, furono più pesanti di quelle originarie.

Se Augusto poteva piangere le Legioni perse da Varo nella Selva di Teutoburgo, a Stalin era andata molto peggio. Bisogna però anche dire che l'Armata Rossa fece tesoro della disfatta subita ad opera dei finlandesi: durante l'Operazione Barbarossa i sovietici erano molto più preparati a combattere al freddo dell'inverno russo con pesanti cappotti trapuntati, le loro armi e i loro mezzi disponevano di lubrificanti leggeri resistenti alle basse temperature e persino le slitte trainate da renne servirono a portare rifornimenti e ad evacuare i feriti nella Battaglia di Leningrado.

Soprattutto, però, e nonostante i tentativi di Stalin di forzare il contrario, l'Armata Rossa non abbandonò più il pensiero clausewitziano.

Stalin dovette comunque nascondere alla popolazione russa il costo umano della guerra: vennero dichiarati 40.000 tra morti e feriti. Rimanevano comunque tanti da spiegare per qualche chilometro quadrato di conquiste territoriali senza un gran valore né economico né in definitiva strategico. Dopo la sua morte, Nikita Krusciov denunciò che i soldati impegnati furono un milione e mezzo e le perdite assommarono a un milione di uomini: anche in questo caso una forzatura allo scopo di demolire il mito di Stalin. Gli storici oggi collocano a circa 130.000 i morti e a 260.000 circa i feriti di una guerra mal combattuta e peggio preparata.


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