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IL DE BELLO GALLICO COME MANUALE CONTROINSURREZIONALE

La strategia controinsurrezionale di Giulio Cesare

nicola zotti

Una delle affermazioni di analisi strategica più rozza che abbia mai letto è stata scritta in un articolo apparso su Repubblica del 4 aprile 2007 in prima pagina (e poi a pagina 19), a firma di Mario Calabresi. Cito:

“Nel momento in cui l’idea della guerra classica, come vittoria del più forte, rappresentata dal teorico militare prussiano [von Clausewitz] e sintetizzabile con Cesare che schiaccia i Galli, viene messa in crisi da nemici sfuggenti e molteplici, allora si cerca lontano nel tempo. Si va in Cina a ripescare il profeta della guerra di movimento, bisogna imparare da Davide che batte Golia, Ulisse che inganna Polifemo, è la guerra asimmetrica teorizzata venticinque secoli fa”.

Come ho cercato di illustrare in un altro articolo Giulio Cesare è un politico prestato alla guerra, e le sue decisioni militari non sono mai ispirate a brutalità gratuita, ma anzi sono caratterizzate dall'impiego del minimo di violenza necessaria agli scopi politici, così come Cesare interrompe lo stesso uso dello strumento militare, per lasciare spazio alla diplomazia, non quando sarebbe prudente, ma appena se ne presenta l'occasione.

In realtà Giulio Cesare ci ha lasciato con il De Bello Gallico un vero e proprio manuale di strategia controinsurrezionale, il primo della storia dell'arte militare, con una serie di indicazioni precise sulle azioni da intraprendere in questo genere di operazioni belliche.

Il primo precetto è proprio quello dell'alternanza nell'uso degli strumenti politici: Cesare suggerisce che è necessaria una guida politica forte e capace di assumersi rischi considerevoli, primo tra i quali, appunto, l'azzardo di rinunciare allo strumento militare in modo anche unilaterale per approfittare delle occasioni di traslazione del conflitto in ambito non violento.

Il principio ispiratore generale della strategia di Cesare è la convinzione che in una guerra controinsurrezionale il problema principale non è sconfiggere gli eserciti nemici in battaglia, ma innanzitutto costringerli ad arrivare a questo appuntamento cruciale.

Le forze insurrezionali, infatti, conducono una strategia di attrito di lungo periodo che tende a provocare uno stillicidio delle forze avversarie, con il conseguente crollo del morale da parte dei militari sul campo e nell'opinione pubblica in patria.

"Bloccare" gli insorti in una trattativa diplomatica è uno dei metodi che venne utilizzato da Cesare proprio allo scopo di dividerne le fazioni e di isolare i più pericolosi. Altri sono invece più strettamente militari, ma si dimostrarono ugualmente efficaci.

In primo luogo l'uso di vari tipi di esca per attirare l'attenzione degli insorti e costringerli ad una reazione: un forte all'apparenza poco difeso, ad esempio, poteva illudere gli insorti della possibilità di distruggerlo, mentre Cesare avrebbe sfruttato la propria mobilità operativa per un contrattacco. Analogamente l'assedio di una città o di un caposaldo avversario avevano la funzione di attirare sul luogo rinforzi nemici, aprendo la possibilità di una battaglia contro di essi.

Nelle situazioni più difficili Cesare non esita a fare ricorso alla "terra bruciata", l'azione militare forse più odiosa e crudele per l'impatto devastante che ha sulle popolazioni: anche in questo caso il risultato che vuole ottenere è costringere il nemico in battaglia, non solo sottraendo ad esso il sostentamento, ma anche costringendo le popolazioni coinvolte a rivolgersi a lui per ogni necessità.

Cesare ha poi una particolare consapevolezza dell'importanza dell'isolamento degli insorti da possibili aiuti esterni.

I Galli, infatti, frequentemente rivolsero richieste d'aiuto alle tribù germaniche ai confini orientali, trovando una risposta entusiasta da parte di questi ultimi, che dimostrarono una grande propensione ad attraversare il Reno in cerca di bottino, terre o anche solo l'occasione per menare le mani.

Cesare, inoltre, temeva l'influenza dei Druidi della Britannia, e li riteneva responsabili di fomentare la rivolta dei Galli con i loro incitamenti religiosi.

La preoccupazione di Cesare è tale da fargli assumere iniziative particolarmente rischiose per contrastare queste minacce: in particolare il pericolo rappresentato dai Britanni era un'incognita che cercò di sciogliere con due azzardate spedizioni (nel 55 e nel 54 a. C.) sfidando le insidie delle correnti della Manica e rischiando il naufragio dell'intera spedizione.

Sia contro i Britanni che contro i Germani, Cesare non si spinse oltre la ricognizione e la dimostrazione di forza, ottenendo però qualche risultato pratico: i Britanni non intervennero nelle questioni della Gallia e i Germani, benché le sue spedizioni del 58 e del 55 a. C. non impedirono loro incursioni oltre il Reno, ottennero anche a Cesare il prezioso aiuto di contingenti di cavalleria mercenaria germanica, che si mostrarono particolarmente efficaci proprio in occasione del momento decisivo delle guerre, nel 52 contro Vercingetorige.

>>>parte 2: i principi della guerra controinsurrezionale
secondo Giulio Cesare