| Il mese scorso ho illustrato la conduzione della guerra controinsurrezionale da parte di Giulio Cesare durante le Guerre galliche. Questo mese riporterò i tre principi che Giulio Cesare adottò nel corso degli otto anni che impiegò per sottomettere la Gallia, dal 58 al 51 a. C.
La prima indicazione che possiamo ricavare dal De Bello Gallico è che non si negozia con un avversario in armi.
Questo principio fa parte della tradizione romana e Cesare lo seguì con efficacia a partire dal 58 a. C. quando si trovo ad affrontare gli Helvetii che erano migrati in massa dai loro territori per invadere i protettorati romani della Gallia meridionale.
Ricevuto un rifiuto ad abbandonare le armi e a tornare da dove erano venuti, Cesare li affrontò e li vinse, e un atteggiamento analogo rimase la norma per i successivi anni di guerra.
Trattare con insorti armati, e che sono dunque in una posizione di forza, incoraggia ulteriori ribellioni e le legittima, innescando in potenza una escalation che può rivelarsi impossibile da contenere.
Un secondo principio è quello dell'affidabilità dei comportamenti. Cesare manteneva le promesse e sostanzialmente ne faceva solo due: essere spietato con chi si ribellava e clemente con chi si sottometteva.
Era essenziale per Cesare salvaguardare la sicurezza della popolazione che accettava la sua autorità e non esitava, come accadde proprio durante la rivolta di Vercingetorige, a mettere se stesso e i suoi uomini in gravi pericoli solo per rispettare la parola data anche ad una piccola tribù.
Analogamente era fondamentale per Cesare non mettersi in condizione di dover combattere due volte gli stessi nemici e chi si sottometteva veniva disarmato e costretto a consegnare ostaggi, in modo da non costituire più un pericolo immediato e soprattutto per dipendere dagli stessi romani per la propria difesa.
Questo consentiva a Cesare una specie di "scrematura" degli avversari, che mostrava i suoi primi effetti quando si trattava di dover ridurre delle piazzeforti: la disponibilità ad offrire condizioni di resa accettabili riduceva considerevolmente il ricorso a dispendiosi e lunghi assedi.
La clemenza di Cesare verso i vinti era abbastanza singolare nel mondo classico. Garantiva amnistie e generosi termini di resa a chi si arrendeva in modo da incoraggiare la diffusione di questo comportamento negli indecisi: gli stessi Helvetii una volta sconfitti non furono massacrati o resi schiavi, ma semplicemente riavviati vero il proprio paese d'origine.
D'altra parte Cesare era altrettanto prevedibile nell'uso della forza. Non c'era pietà per chi resisteva e soprattutto per chi tradiva la parola data ritornando a combattere dopo essersi sottomesso. Ne fecero le spese diverse tribù galliche che vennero sterminate fino all'ultimo uomo o i cui senati, considerati responsabili del tradimento, vennero soggetti ad esecuzioni di massa.
Il terzo e ultimo principio
riguarda la preparazione delle campagne ed in particolare la previsione delle forze necessarie allo scopo. Giulio Cesare iniziò la campagna per la sottomissione della Gallia con 4 legioni in campo e la concluse con 10: 4 nel 58-57, 6 nel 56, 8 dal 55 al 52 e 10 nel 51.
La crisi peggiore si ebbe nel 54 quando 15 coorti vennero completamente distrutte durante un'imboscata da parte degli Euburoni: Cesare, però, aveva arruolato e posto in addestramento due legioni e con esse poté rimpiazzare le perdite, senza alcun significativo calo di efficienza strategica.
È inutile dire che
gli Euburoni la pagarono molto cara: la loro distruzione venne pianificata nei dettagli. Il loro esercito sconfitto, i superstiti inseguiti spietatamente, ogni villaggio e capanna data alle fiamme, il bestiame confiscato, i raccolti e le riserve distrutte affinché i pochi superstiti che erano riusciti a nascondersi morissero di fame.
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