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Individualisti e disciplinati: il sostegno tra i manipoli


LA TATTICA MANIPOLARE ROMANA

La legione camillana

nicola zotti

 

La tattica manipolare romana è stata oggetto di attenta analisi dai grandi studiosi di storia militare antica.

Le conclusioni sono state le più diverse e addirittura lo storico tedesco Hans Delbrück arrivò a negare che sia stata mai effettivamente applicata sul campo di battaglia.

Nonostante queste numerose indagini, infatti, molto rimane ancora da scoprire sulla famosa disposizione a scacchiera che per almeno 4 secoli ordinò sul campo di battaglia gli eserciti romani.
Le innovazioni di Camillo

L'unità fondamentale della legione: il manipolo

La legione si schiera

Per tentativi ed errori

Le innovazioni di Camillo

Secondo la tradizione, la tattica manipolare fu introdotta nell'esercito romano da Furio Marco Camillo, divenendo lo schema tattico caratteristico delle fanterie legionarie, forse esteso anche agli alleati.

Il “secondo fondatore di Roma” constatò il fallimento dello schieramento a falange contro le orde dei galli sull’Allia e nelle guerre contro i sanniti. Nel primo caso la sconfitta di un’ala costrinse il resto dell’esercito a darsi alla fuga per evitare l’aggiramento, mentre nel secondo ripetute crisi furono causate dalla “indisponibilità” dei sanniti a scendere in campo aperto, preferendo attirare i romani tra le asperità delle loro montagne.

Vi era una duplice rigidità tattica nella falange oplitica:

1) la difficoltà di rimediare ad una sconfitta parziale,

2) e la scelta del campo di battaglia, che deve essere ampio e pianeggiante senza gravi ostacoli che ne interrompano la continuità.

Quest’ultima rigidità, in particolare, generava a sua volta un grave limite strategico, che i romani, al contrario dei greci, non volevano e non potevano accettare.

Nelle guerre tra le città stato greche sono i campi di battaglia che si "adattano" alle truppe: gli eserciti si incontrano in luoghi adatti al combattimento tra falangi.

E se questo non è possibile o non può accadere -- ad esempio sulle montagne della Tracia o dell'Anatolia -- la risposta individuata è nell'uso di truppe leggere specializzate, e non in una riforma complessiva dell'esercito.

La riforma di Ificrate prima e soprattutto l'"invenzione" dell'esercito macedone da parte di Filippo II di Macedonia, cambiarono radicalmente le prospettive della tattica.

Tuttavia la scuola militare ellenistica di cui anche Annibale era un rappresentante, si basò sempre più sull'uso dei mercenari: un'evoluzione naturale di origine sociale e politica.

Roma, con una struttura sociale e politica diversa, ma ambizioni e problemi molto simili, seguì una strada diversa, ma non per questo, come dimostreranno i fatti, meno efficace.

L'unità fondamentale della legione: il manipolo

Il manipolo era l'unità base della legione. Era costituito da due centurie le quali a loro volta erano costitute da 10 contubernia: quest'ultimi erano l'equivalente delle squadre, ovvero i 6-8 uomini che condividevano la stessa tenda.

La centuria si schierava con 10 uomini di fronte, i veterani della squadra. Su queso punto non tutti gli autori sono concordi, alcuni -- anche in libri molto recenti -- sostengono infatti che il fronte era 6-8 uomini e la profondità di 10.

Quest'ultima ipotesi mi appare infondata.

Partiamo dal presupposto che, da che Mondo è Mondo, le unità militari sono di entità variabile: oggi un soldato è in licenza, domani è in infermieria, dopodomani chissà. Se la legione avesse i contubernia schierati uno dietro l'altro, le righe della centuria ricorderebbero quelle di questa pagina: non ce ne sarebbe una uguale.

I decurioni risulterebbero tutti su un lato, ovvero avremmo tutti i capisquadra uno dietro l'altro, e non in prima linea dove sarebbero molto più utili. Tanto più che in tutti i manuali di tattica militare dell'antichità i capifila guidano il movimento di schieramento.

Pensate poi a che cosa sarebbe successo in combattimento se i contubernia si fossero schierati uno dietro l'altro: le perdite si sarebbero concentrate sul primo contubernium e ogni miles legionaius avrebbe avuto alle spalle praticamente uno sconosciuto, anziché un commilitone.

Comunque, non c'è manovra tattica che possa riuscire se non c'è certezza sulla fronte occupata dall'unità.




manipoli disposti in ordine aperto, con lo spazio necessario per il lancio del pilum

La legione si schiera


Lo schieramento delle truppe romane ed alleate avveniva su più linee, nel caso dell’esercito di Scipione durante la seconda guerra punica su quattro. 1200 veliti formavano uno schermo davanti alle fanterie pesanti, consentendo il loro dispiegamento, molto complesso ed impegnativo.

La prima linea di fanteria pesante è costituita da 1200 hastatii, i cui manipoli, una centuria dietro l’altra, si dispongono ad intervalli regolari di ampiezza pari al fronte di una centuria o poco maggiore. Dato che ogni manipolo vede schierati in ordine di combattimento due centurie composte da 10 file di 6 uomini, e che ogni uomo occupa uno spazio di 3 piedi (esattamente cm. 88.8), un manipolo occupa una fronte di circa 9-10 metri, ed una profondità variabile tra gli 11 e i 22 metri circa, a seconda che la disposizione dei ranghi sia chiusa o aperta. Quest'ultima eventualità doveva essere quella relativa al lancio del Pilum.

Alla destra di ogni manipolo c’è uno spazio vuoto di circa 11 metri.

Anche su questo non c'è unanimità tra gli studiosi. Adrian Goldsworthy in "Storia completa dell'esercito romano" mostra un'immagine alle pagine 26-27 con i manipoli schierati con le centuria già affiancate e lascia tra di essi lo spazio di un intero manipolo: in questo modo la chiusura degli spazi può avvenire soltanto se i principes avanzano fino alla linea degli hastati.

Ritengo questa eventualità improbabile, tanto sulla base dei resoconti storici, quanto sulla base della logica militare: anche perché in questo modo dovremmo raddoppiare l'ampiezza di tutti i campi di battaglia calpestati da una legione romana.



una legione schierata: la profondità indicata è quella minima

In corrispondenza di questi varchi si dispongono i manipoli dei 1200 principes, anch'essi con le centurie in successione, e ancora più indietro, a coprire gli spazi lasciati vuoti da questi ultimi, proprio alle spalle degli hastati dunque, si posizionano i manipoli dei 600 triares, completando così la famosa formazione a quincunx o “quinconce” (definizione questa, si badi bene, datata 1598 e non di epoca romana).

Una Legione occupava, quindi, uno spazio di circa 200 metri di fronte e da 50 a 100 metri di profondità, escludendo i velites, i quali agivano nella terra di nessuno tra i due eserciti - circa 250 metri - e così la fanteria di un’armata consolare aveva bisogno per schierarsi di circa 850-900 metri. La cavalleria necessitava 100 metri ogni 300 cavalieri (ogni legione ne aveva aggregati 300 in 10 turmae da 30 uomini, fino al triplo le legioni alleate). Il che porta a più o meno 1700 metri il fronte complessivo dell’armata a ranghi completi.

Nella fase di schieramento lo scopo degli intervalli è quello di consentire una linea di avanzata ordinata e veloce, permettendo una certa agilità di manovra tra le asperità del terreno: un po’ come faranno i battaglioni francesi nelle guerre napoleoniche con le loro “colonne”.

Nella fase subito antecedente al combattimento, quando le schiere nemiche sono a non più di 50-60 metri, però, questi varchi saranno occupati dalla seconda centuria del manipolo -- centuria posterior -- che si affiancherà alla prima, la centuria detta prior.

Durante questo movimento, ciascuna centuria percorrerà 20-25 metri impiegando più o meno una dozzina di secondi. E’ necessario chiudere i varchi, perché altrimenti il nemico vi si potrebbe insinuare, portando una gran confusione all’interno della schiera romana.

Il sostegno tra i manipoli era un'azione costituita da molti movimenti complessiche richiedeva un lungo addestramento, così come il lancio della salva di pila.

Per tentativi ed errori

Non dobbiamo, però, immaginare la Legione agile come uno scoiattolo e ordinata come una collezione di francobolli: soprattutto in quest'ultimo aspetto molti episodi dimostrano l’esatto contrario, rammentandoci che i romani furono, fino alla fase finale della Seconda guerra punica soprattutto miliziani aggressivi, entusiasti e indisciplinati, con un talento naturale nel combattimento individuale.

Per quanto riguarda poi l’agilità del movimento manipolare, almeno fino all’entrata in scena di Scipione, era limitato a manovre per linee dirette e frontali: nessuna tattica consentiva al manipolo di cambiare fronte per rispondere ad attacchi sui fianchi, e tanto meno permetteva di portarne.

Come Canne ben dimostra, la Legione romana non era molto più mobile e manovriera di una Falange, ma ne condivide molti dei difetti.

Scipione spese gli anni di Spagna in esperimenti, che si mostrarono fruttuosi, ma furono i mesi in Sicilia che forgiarono l’arma che doveva farlo vincere, disciplinando l’individualismo e l’entusiasmo del legionario.

La manovra attuata ai Campi Magni richiede una struttura di comando “orizzontale” -- qualcuno che comandi trasversalmente per le 4 legioni tutta la linea degli hastati, uno per la linea dei principes ed uno per i triares -- che si aggiunge a quella usuale “verticale”, legione per legione: l’armata consolare viene a dividersi, così, in “riquadri” che diventano attivi a seconda della manovra da eseguire: è questa l’eccezionale innovazione che permette a Scipione le sue vittorie.

Scipione non era il solo ad aver compreso le capacità della tattica manipolare, intendiamoci: Nerone, il vincitore del Metauro, opera una manovra che applicata a Canne con le legioni di seconda schiera avrebbe forse evitato la strage, e allo stesso modo proconsoli e pretori giovani e meno conservatori dei loro predecessori mostrano una maggiore attenzione ai problemi tattici: contro Magone, Varo e Cornelio disposero la XIII Legione in riserva e riuscirono ad evitare la rotta della XII proprio in virtù di questa loro precauzione, portandola in prima linea in sostituzione di quella.